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    08 April

    Divina Commedia Inferno VII (Grazie Dante)

         «Pape Satàn, papeSatàn aleppe!», 

    cominciò Pluto con la voce chioccia; 

    e quel savio gentil, che tutto seppe, 

          disse per confortarmi: «Non ti noccia 

    la tua paura; ché, poder ch’elli abbia, 

    non ci torrà lo scender questa roccia». 

          Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia, 

    e disse: «Taci, maladetto lupo! 

    consuma dentro te con la tua rabbia. 

          Non è sanza cagion l’andare al cupo: 

    vuolsi ne l’alto, là dove Michele 

    fé la vendetta del superbo strupo». 

           Quali dal vento le gonfiate vele 

    caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca, 

    tal cadde a terra la fiera crudele. 

          Così scendemmo ne la quarta lacca 

    pigliando più de la dolente ripa 

    che ’l mal de l’universo tutto insacca. 

          Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa 

    nove travaglie e pene quant’io viddi? 

    e perché nostra colpa sì ne scipa? 

          Come fa l’onda là sovra Cariddi, 

    che si frange con quella in cui s’intoppa, 

    così convien che qui la gente riddi. 

          Qui vid’i’ gente più ch’altrovetroppa, 

    e d’una parte e d’altra, con grand’urli, 

    voltando pesi per forza di poppa. 

          Percoteansi ’ncontro; e poscia pur lì 

    si rivolgea ciascun, voltando a retro, 

    gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». 

          Così tornavan per lo cerchio tetro 

    da ogne mano a l’opposito punto, 

    gridandosi anche loro ontoso metro; 

          poi si volgea ciascun, quand’era giunto, 

    per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra. 

    E io, ch’avea lo cor quasi compunto, 

          dissi: «Maestro mio, or mi dimostra 

    che gente è questa, e se tutti fuor cherci 

    questi chercuti a la sinistra nostra». 

          Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci 

    sì de la mente in la vita primaia, 

    che con misura nullo spendio ferci. 

          Assai la voce lor chiaro l’abbaia 

    quando vegnono a’ due punti del cerchio 

    dove colpa contraria li dispaia. 

          Questi fuor cherci, che non han coperchio 

    piloso al capo, e papi e cardinali, 

    in cui usa avarizia il suo soperchio». 

          E io: «Maestro, tra questi cotali 

    dovre’ io ben riconoscere alcuni 

    che furo immondi di cotesti mali». 

          Ed elli a me: «Vano pensiero aduni: 

    la sconoscente vita che i fé sozzi 

    ad ogne conoscenza or li fa bruni. 

          In etterno verranno a li due cozzi: 

    questi resurgeranno del sepulcro 

    col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. 

          Mal dare e mal tener lo mondo pulcro 

    ha tolto loro, e posti a questa zuffa: 

    qual ella sia, parole non ci appulcro. 

          Or puoi, figliuol, veder la corta buffa 

    d’i ben che son commessi a la fortuna, 

    per che l’umana gente si rabbuffa; 

          ché tutto l’oro ch’è sotto la luna 

    e che già fu, di quest’anime stanche 

    non poterebbe farne posare una». 

          «Maestro mio», diss’io, «or mi dìanche: 

    questa fortuna di che tu mi tocche, 

    che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?». 

          E quelli a me: «Oh creature sciocche, 

    quanta ignoranza è quella che v’offende! 

    Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche. 

          Colui lo cui saver tutto trascende, 

    fece li cieli e diè lor chi conduce 

    sì ch’ogne parte ad ogne parte splende, 

          distribuendo igualmente la luce. 

    Similemente a li splendor mondani 

    ordinò general ministra e duce 

          che permutasse a tempo li ben vani 

    di gente in gente e d’uno in altro sangue, 

    oltre la difension d’i senni umani; 

          per ch’una gente impera e l’altralangue, 

    seguendo lo giudicio di costei, 

    che è occulto come in erba l’angue. 

          Vostro saver non ha contasto a lei: 

    questa provede, giudica, e persegue 

    suo regno come il loro li altri dèi. 

          Le sue permutazion non hanno triegue; 

    necessità la fa esser veloce; 

    sì spesso vien chi vicenda consegue. 

          Quest’è colei ch’è tanto posta incroce 

    pur da color che le dovrien dar lode, 

    dandole biasmo a torto e mala voce; 

          ma ella s’è beata e ciò non ode: 

    con l’altre prime creature lieta 

    volve sua spera e beata si gode. 

          Or discendiamo omai a maggior pieta; 

    già ogne stella cade che saliva 

    quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta». 

          Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva 

    sovr’una fonte che bolle e riversa 

    per un fossato che da lei deriva. 

          L’acqua era buia assai più che persa; 

    e noi, in compagnia de l’onde bige, 

    intrammo giù per una via diversa. 

          In la palude va c’ha nome Stige 

    questo tristo ruscel, quand’è disceso 

    al piè de le maligne piagge grige. 

          E io, che di mirare stava inteso, 

    vidi genti fangose in quel pantano, 

    ignude tutte, con sembiante offeso. 

          Queste si percotean non pur con mano, 

    ma con la testa e col petto e coi piedi, 

    troncandosi co’ denti a brano a brano. 

          Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi 

    l’anime di color cui vinse l’ira; 

    e anche vo’ che tu per certo credi 

          che sotto l’acqua è gente che sospira, 

    e fanno pullular quest’acqua al summo, 

    come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira. 

          Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo 

    ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, 

    portando dentro accidioso fummo: 

          or ci attristiam ne la belletta negra". 

    Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, 

    ché dir nol posson con parola integra». 

          Così girammo de la lorda pozza 

    grand’arco tra la ripa secca e ’l m‚zzo, 

    con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. 

          Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.

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